Intanto, in un paese lontano…

Vi voglio raccontare una storia, la storia di una persona che conosco, Davide, che vive in un paese lontano, che mi pare si chiami Amalia, talmente lontano e sconosciuto che sembra quasi inventato, in una città… beh, diciamo cittadina, ma proprio ina, un buchino di città, insomma, che mi pare si chiami Sgorbizia, o qualcosa del genere.

Davide ha una storia molto interessante e un po’ difficile alle spalle. Era innamorato di Gesù, voleva fare il prete, ma non solo il prete, voleva fare il missionario. E così ha fatto. Solo che poi si è reso conto di aver sbagliato qualcosa lungo il cammino, forse per eccesso di generosità o di presunzione, e si è dovuto arrendere al fatto che non era veramente quella la sua strada.

Quindi si è sposato (e ha prolificato) e ha dovuto ricominciare tutto da capo, intorno ai quarant’anni, tornando ad Amalia, con moglie e figli. Amalia è un posto un po’ strano: bello e brutto, ricco e povero, intelligente e stupido, simpatico e insopportabile. Sgorbizia, poi, non ne parliamo: una cittadina, con personcine, che fanno lavorini, non vogliono disturbini, e però credono che la loro città sia e debba essere una specie di concentrato di benessere, di cultura e di signorilità, e li riempie d’orgoglio raccontarselo a vicenda.

Beh, comunque Davide è finito a vivere a Sgorbizia e ci dovrà rimanere ancora un po’, finché non riuscirà a liberarsi dalle catene dei prestiti, mutui, finanziamenti e debiti che lo tengono prigioniero. E poi, via, via, via, lontano da Sgorbizia, lontano da Amalia, con un mucchio di altri sogni nel cassetto e una nuova vita da ricominciare.

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Sai tu…?

“Sai tu quando figliano le camozze
e assisti al parto delle cerve?
Conti tu i mesi della loro gravidanza
e sai tu quando devono figliare?
Si curvano e depongono i figli,
metton fine alle loro doglie.
Robusti sono i loro figli, crescono in campagna,
partono e non tornano più da esse.
Chi lascia libero l’asino selvatico
e chi scioglie i legami dell’ònagro,
al quale ho dato la steppa per casa
e per dimora la terra salmastra?
Del fracasso della città se ne ride
e gli urli dei guardiani non ode.
Gira per le montagne, sua pastura,
e va in cerca di quanto è verde.
Il bufalo si lascerà piegare a servirti
o a passar la notte presso la tua greppia?
Potrai legarlo con la corda per fare il solco
o fargli erpicare le valli dietro a te?
Ti fiderai di lui, perché la sua forza è grande
e a lui affiderai le tue fatiche?
Conterai su di lui, che torni
e raduni la tua messe sulla tua aia?
L’ala dello struzzo batte festante,
ma è forse penna e piuma di cicogna?
Abbandona infatti alla terra le uova
e sulla polvere le lascia riscaldare.
Dimentica che un piede può schiacciarle,
una bestia selvatica calpestarle.
Tratta duramente i figli, come se non fossero suoi,
della sua inutile fatica non si affanna,
perché Dio gli ha negato la saggezza
e non gli ha dato in sorte discernimento.
Ma quando giunge il saettatore, fugge agitando le ali:
si beffa del cavallo e del suo cavaliere.
Puoi tu dare la forza al cavallo
e vestire di fremiti il suo collo?
Lo fai tu sbuffare come un fumaiolo?
Il suo alto nitrito incute spavento.
Scalpita nella valle giulivo
e con impeto va incontro alle armi.
Sprezza la paura, non teme,
né retrocede davanti alla spada.
Su di lui risuona la faretra,
il luccicar della lancia e del dardo.
Strepitando, fremendo, divora lo spazio
e al suono della tromba più non si tiene.
Al primo squillo grida: «Aah!…»
e da lontano fiuta la battaglia,
gli urli dei capi, il fragor della mischia.
Forse per il tuo senno si alza in volo lo sparviero
e spiega le ali verso il sud?
O al tuo comando l’aquila s’innalza
e pone il suo nido sulle alture?
Abita le rocce e passa la notte
sui denti di rupe o sui picchi.
Di lassù spia la preda,
lontano scrutano i suoi occhi.
I suoi aquilotti succhiano il sangue
e dove sono cadaveri, là essa si trova”.

Gb 39